1860

Dai racconti popolari della seconda metà del 1800, in un momento in cui la nostra regione ha vissuto il fenomeno del brigantaggio, leggiamo della locanda "Pallotta" e del brigante Cinicchia.

Tra gli episodi burleschi si racconta che una volta Cinicchia ritornò ad Assisi ed entrò nella osteria detta: “La Pallotta” e ordinò un quarto di vino. Dopo di lui entrarono nello stesso locale, anche due carabinieri che erano in cerca del bandito. Anche loro stanchi, ordinarono del vino. Con tutta calma, Cinicchia, dopo aver bevuto, si alza, paga l’oste per sè e per i carabinieri poi esce. Quando i carabinieri vanno per pagare: “Già fatto, disse l’oste per voi ha pagato il brigante Cinicchia!”

Il suo nome vero era Nazareno Guglielmi; nato ad Assisi, presso porta Perlici. nel 1830, di professione muratore. Lavorando per la ricostruzione della casa del conte Fiumi, un manovale rubò un prosciutto al proprietario dell’edificio e ne fu incolpato ingiustamente Cinicchia che fu condannato e messo in carcere. In prigione meditò vendetta contro il padrone e contro il compagno farabutto. Malmenando un carceriere, riuscì a fuggire dalla casa di pena e riparare nelle Marche dove si unì ad una banda di ladri e contrabbandieri iniziando così la vita di brigante. Ne fece di tutti i colori, tanto che nacque il proverbio: “Ne hai fatte quante Cinicchia” per designare un cattivo soggetto. Imprigionato di nuovo a Jesi, anche qui tramò una fuga, ma scoperto, fu trasferito nelle carceri di Ancona dove, aprendo con un complice un foro nel muro, riuscì a fuggire. Ritornò in Umbria e per alcuni anni seminò terrore tra gli abitanti di Morano, dove raccolse i nuovi elementi della sua banda, Gualdo Tadin.o, Valfabbrica, Nocera Umbra, Valtopina, Vallemare ecc.
La sua vita è intessuta di ruberie, omicidi, violenze, ma anche da episodi non privi di senso umanitario e soprattutto burleschi.
Il delitto più atroce lo commise quando uccise il suo fratello Domenico. Sembra che Cinicchia desse dei soldi alla moglie Teresa Bucchi e che la donna se li godesse con il cognato: di qui odio e gelosia tra i due fratelli. Un giorno Domenico, che lavorava nella costruenda ferrovia Roma-Ancona, nei pressi di Nocera Umbra, se lo vide arrivare e sapendo di che stampo fosse, intuì il pericolo e per eludere l’odio e il rancore, gli corse incontro tentando di abbracciarlo e baciarlo, ma Cinicchia furente si liberò dell’abbraccio e gli vibrò un coltellaccio nel cuore, dicendo “Ora vatti a godere i miei soldi all’infemo”. E alla moglie, che gli chiese perdono, le tagliò i capelli e la legò tre giorni ad una pianta.
Altro orrendo delitto lo compì proprio a Vallemare, quando eliminò un certo Gallinella, un socio della sua squadra, renitente alla leva militare per sfuggire alle guerre di Indipendenza. Quando di giorno Cirjcchia riposava uno dei suoi doveva montare di guardia. L’incaricato, il detto Gallinella, anche lui armato di fucile, lo puntava ogni tanto verso il capobanda, indeciso se ucciderlo o meno. In un momento di dormiveglia Cinicchia se ne accorse, si svegliò ben bene e disse al suo accolito: “Adesso dormi tu che veglio io”. Quando Gallinella si era pienamente addormentato, Cinicchia con un colpo di fucile Io fece fuori.
Raccolta una catasta di legna vi seppellì lo sventurato compagno; poi andò ad Armenzano e diede ordine ad un altro cliente di dar fuoco alla catasta di legna che era presso il rifugio e che tutto bruciasse bene.
A fine operazione il subalterno, per accertarsi che l’ordine era stato bene eseguito, con un bastone rimosse la cenere e vennero fuori un paio di scarpe bruciacchiate: erano quelle del poveretto che si era scelto un cattivo compagno nella vita. La rapina più eclatante la commise presso la pineta Capranica (Nocera Umbra) quando assaltò la diligenza che portava 150.000 Lire in oro (ora miliardi) per pagare gli operai che costruivano la linea Ferroviaria Roma-Ancona. Insieme a queste rapine e delitti, si raccontano anche episodi di tipo umanitario e alcuni anche burleschi.
Quando i suoi rubavano a povera gente li mandava a restituire; se i defraudati dicevano: “Qui già c’è stato il signor Cinicchia”, non dovevano più molestarli. Una volta uno dei suoi rubò nei pressi di Vallegloria ( Spello) un vomere di aratro a un povero contadino di cognome Mancinelli e soprannome Cutino, lo mandò a riportare la refurtiva dicendo “Adesso come lavora quel poveretto e che mangia ?” Difatti Cinicchia si era dato alla macchia per alleggerire i ricchi e aiutare i poveri e per questo difeso fù dal popolo. Tra gli episodi burleschi si racconta che una volta Cinicchia ritornò ad Assisi ed entrò nella osteria detta: “La Pallotta” e ordinò un quarto di vino. Dopo di lui entrarono nello stesso locale, anche due carabinieri che erano in cerca del bandito. Anche loro stanchi, ordinarono del vino. Con tutta calma, Cinicchia, dopo aver bevuto, si alza, paga l’oste per sè e per i carabinieri poi esce. Quando i carabinieri vanno per pagare: “Già fatto, disse l’oste per voi ha pagato il brigante Cinicchia!” Dopo l’assalto alla diligenza statale, il governo mise sulle tracce dei malviventi un numero ingente delle forze dell’ordine: molti furono uccisi, altri imprigionati. Quando Cinicchia si accorse che il cerchio intorno a lui si stava stringendo, con un passaporto falso, si imbarcò a Civitavecchia ed espatriò in America: Argentina. Era l’anno 1863. A Buenos Aires riprese l’antica attività edile. Da una lettera scritta ai suoi parenti sappiamo che nel 1901 era ancora in vita, poi più nulla.